Alunni stranieri in classe: un’esperienza personale

Alunni stranieri in classe: un’esperienza personale

Alcune riflessioni sul mio lavoro come insegnante di italiano in una scuola internazionale

Alunni stranieri in classe - Un'esperienza personaleOggi ho voglia di condividere un mio pensiero. Qualche tempo fa ho assistito involontariamente ad una piccola discussione tra uno studente della scuola internazionale in cui lavoro e uno degli insegnanti. Lo studente era visibilmente infastidito da qualcosa, ma anche rattristato, con lo sguardo basso e quasi sul punto di piangere. Questo studente a casa parla italiano e, da non molto tempo, frequenta la scuola in inglese e tedesco. Mi ha piacevolmente stupita sentirlo ribattere in lingua inglese per far valere la sua opinione. Non so di cosa stessero discutendo, ma non ha importanza adesso. Quello che conta, è che questo alunno, italiano, che ora vive all’estero con la sua famiglia e frequenta una scuola, la cui lingua principale è l’inglese, sia riuscito a mettere in parole (straniere) il suo pensiero. È riuscito ad esprimere quello che per lui era importante o forse giusto/ingiusto in quel momento.

Questo episodio ha scatenato dentro di me una riflessione profonda. Ero felice che questo studente, l’unico italiano in quel momento, fosse riuscito a ribattere in un ottimo inglese. Ma immediatamente mi sono chiesta: e quelli che non ci riescono? Cosa prova un bambino che magari si sente accusato ingiustamente in una lingua che non è la sua, che non gli è familiare, che non capisce ancora al cento per cento. E quanto è grande la sua frustrazione per non essere in grado di difendersi verbalmente, per non essere in grado di esprimere il proprio pensiero. Quanto fa male non riuscire a dire: “Non l’ho fatto apposta!”, “Non sono stato io!” o anche “Mi dispiace!”.

Potremmo ribaltare la prospettiva e metterci nei panni dell’insegnante, chiedendoci: quanto è difficile e frustrante dover rimproverare uno studente che non capisce la lingua in cui mi esprimo? Come faccio a spiegargli che non è lui ad essere sbagliato, ma solo il suo comportamento. Come faccio ad assicurarmi che questo studente capisca le mie intenzioni e che non percepisca il mio rimprovero come un rifiuto nei suoi confronti, come un rifiuto della sua persona, del suo essere bambino fragile alle prese con un paese, una lingua e una cultura che non gli sono (ancora) familiari.

È difficile.

Bambini stranieri a scuola: comunicazione verbale e comunicazione non verbale

Una situazione come quella descritta si potrebbe verificare in qualunque classe accolga bambini di diversa lingua e nazionalità, sia essa in Italia o all’estero. Non importa che gli alunni siano per esempio bambini siriani in una scuola italiana o bambini italiani che vivono in Austria. È la stessa cosa, la stessa difficoltà comunicativa.

Ma che cosa fa un bambino che non è in grado di esprimersi? E che cosa provoca in lui questo senso di frustrazione per non essere in grado di dire quello che pensa? Prima di tutto, un bambino reagisce al linguaggio che meglio conosce, quello non verbale. Un bambino straniero che non parla la lingua dell’insegnante è in grado di leggere il linguaggio del corpo, i gesti, la postura, il tono e il volume della voce, ma anche le espressioni del viso. È perfettamente in grado di capire se quei suoni che lui sente e che non riesce bene ad identificare, abbiano un significato positivo o negativo. E lui reagisce di conseguenza. E utilizza a sua volta la comunicazione non verbale, magari si innervosisce, se la prende con un compagno, lancia il quaderno, insomma cerca di comunicare con i mezzi che ha. Non dimentichiamo che qualsiasi comportamento in una situazione interpersonale ha carattere comunicativo. E ogni forma di comunicazione racchiude in sé un significato e un aspetto relazionale. L’aspetto relazionale è mediato (anche, ma non solo) dalla comunicazione non verbale.

Dobbiamo fare attenzione però! Si tende a dare per scontato che la comunicazione non verbale sia comprensibile a tutti, una sorta di linguaggio universale. Non è così! Ogni cultura tende a rielaborare i messaggi non verbali in modo diverso. E può capitare che lo stesso messaggio o comportamento non verbale in una determinata cultura abbia un significato diverso in un’altra.

Io credo che sia una nostra responsabilità, come insegnanti, quella di essere consapevoli della difficoltà di comunicazione con gli alunni che non parlano la lingua d’istruzione. Ma non solo. È nostra responsabilità informarci sulla lingua e cultura di origine dei nostri alunni per provare a capirli meglio e di più. A volte gli alunni stranieri in classe sono tanti, tutti diversi, ma non mi devo scoraggiare, anzi, devo vedere questa situazione come un’opportunità! L’opportunità di conoscere nuovi mondi e nuovi modi di comunicare. E questa è una ricchezza per tutti.

Voglio ringraziare questo alunno, mi ha fatto riflettere… ho imparato molto da lui.

E tu cosa ne pensi? Ti va di raccontarmi la tua esperienza?

 


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